I giochi

SEA SUN GAMES presenta e propone una serie di giochi improntati ad una rilettura divertita della grande cultura classica. Un grande contenitori di brani epici, di nomi, di memorie, cucendo luoghi e situazioni da una parte all’altra del Mediterraneo. In maniera credibile, ma anche no. In fondo…si gioca.

 

Brani di Odissea che diventeranno il pretesto per narrare in modalità giocose il travaglio di Ulisse nelle acque del Mediterraneo, nella continua speranza, un giorno, di approdare sulle coste di Itaca, la sua patria. Ritroveremo Polifemo e la sua furia, il canto ammaliante delle sirene, i testardi proci, Penelope con la sua infinita pazienza, amore, con il suo telaio. Ma saranno giochi che avranno modo di raccontare le antiche eccellenze storiche ed archeologiche del territorio, i suoi personaggi, proponendo rivisitazione del pentathlon e dell’Atleta di Taranto, vincitore di 4 su 5 delle competizioni previste negli allora giochi panatenaici. O giocare, ancora, con miti e riti, con divinità e luoghi: da Olimpia agli Dei burrascosi, dallo stile godereccio di Dioniso a Persefone, riprendendo la ieratica e severa compostezza della celebre Dea in Trono, visitabile, in copia, al MARTA, Museo Nazionale Archeologico di Taranto. 

Giocheremo con la storia, quindi, con racconti e presenze antiche, ma in un modo tutto nuovo, inatteso e divertito di leggere le cose.

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La torcia olimpica arde durante lo svolgimento dell’Olimpiade nel braciere olimpico ed è uno dei simboli dei Giochi Olimpici. Il fuoco ha sempre giocato un ruolo importante nella vita dell’uomo: la sua padronanza ed il suo uso sono alla base dello sviluppo della civiltà.

Le origini della torcia risalgono in Grecia, quando un fuoco sacro era tenuto acceso per tutto il periodo delle Olimpiadi Antiche. Per gli antichi greci, il fuoco aveva una connotazione divina: il mito narra che fosse stato rubato agli Dei dall’eroe Prometeo per donarlo agli uomini, ed a causa di questo furto sottoposto ad eterno supplizio. Un fuoco sacro era perciò perennemente acceso nei templi e certamente anche sull’altare del tempio di Estia a Olimpia. Durante i Giochi Olimpici, tenuti in onore a Giove, venivano accesi altri fuochi nel tempio a lui dedicato ed in quello della dea Era. Nel 1928, ad Amsterdam, la fiamma appare ai Giochi per la prima volta; l’idea di una torcia olimpica per le successive edizioni fu poi accolta con entusiasmo. Nel 1936, il dirigente e scienziato tedesco dello sport Carl Diem concepì l’idea di una staffetta per i giochi olimpici di Berlino: 3.422 tedofori portarono la fiaccola da Olimpia a Berlino, percorrendo ben 3.187 chilometri, e l’ultimo tedoforo, Fritz Schilgen, accese il braciere nello stadio ed in seguito questa staffetta divenne anch’essa una tradizione dei Giochi Olimpici.

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Intorno alla nascita di Taranto si raccontano leggende bellissime. Dicono che queste storie siano il frutto dell’immaginazione dei Greci che volevano in qualche modo avvallare l’origine divina della città e l’indole valorosa dei suoi fondatori.

Taras era figlio della ninfa Satyria e di Nettuno, dio del mare. Era a capo di una flotta che sbarcò alla foce di un fiume che più tardi prese il suo nome. Sulle rive del corso d’acqua cominciò a fare sacrifici animali per ringraziare il padre del buon viaggio intrapreso e propiziare l’edificazione di una nuova città in quel luogo. Taras stava appunto compiendo questa primordiale operazione chirurgica (le interiora degli animali venivano sventrate e arse in onore del dio) quando all’improvviso vide saltare un delfino nelle acque del fiume. Il giovane interpretò questa apparizione come il segno del favore di Nettuno, del suo incoraggiamento a fondare la città. La chiamò Saturo che ancora oggi porta questo nome.

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Persefone (poi Proserpina per i romani) figura della mitologia greca, sposa di Ade, era la dea minore degli Inferi e regina dell’oltretomba. Secondo il mito principale, nei sei mesi freddi dell’anno (Autunno e Inverno) che passava nel regno dei morti, Persefone svolgeva la stessa funzione del suo consorte Ade, cioè governare su tutto l’oltretomba; ma negli altri sei mesi di luce e colore (Primavera ed Estate) ella tornava sulla Terra da sua madre Demetra, facendo rifiorire tutta la terra al suo passaggio. 

Memoria importante circa il culto della Dea Persefone lo ritroviamo al MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto, nella Statua di Persefone, copia dell’originale trafugata a Taranto nel 1912 ed attualmente esposta all’Altes Museum di Berlino.

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Il vino è arrivato ai giorni nostri come una delle bevande più presenti sulle tavole italiane e vanta una lunga storia iniziata  migliaia di anni fa. I vitigni antichi e le prime pratiche di vinificazione della storia risalgono alle popolazioni della Mesopotamia. Fu proprio nell’antica Grecia che questo nettare da tavola assunse un ruolo “divino”, grazie a Dionisio, divinità che i greci dedicarono al vino.

Fu in questo periodo che la vite si espanse oltrepassando il Mar Mediterraneo per sbarcare in Sicilia e poi pian piano verso l’Europa, passando prima dai Sabini e poi dagli Etruschi che diedero un importante contributo alla diffusione del vino  ampliando la coltivazione vinicola tra la Campania e la pianura Padana. Successivamente furono i Romani a diffondere la viticoltura, celebrata da Bacco nella cerchia degli Dei. Dalla notte dei tempi ad oggi, il vino continua ad essere una delle bevande irrinunciabili sulle nostre tavole. Il gioco mira alla valorizzazione delle eccellenze agricole di questo territorio: il vino. I nostri vitigni pugliesi, i più celebri “Primitivo di Manduria” e “Negramaro”, ormai sono tra i più conosciuti ed apprezzati a livello nazionale, per via della loro intensità e varietà aromatica e potenza alcolica.

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Ulisse, re di Itaca, un’isola greca, nel suo pellegrinaggio con le sue dodici navi nel mare mediterraneo, si imbatté nelle ire di Zeus che aveva scatenato un’altra violenta tempesta ed Ulisse e i suoi uomini, furono talmente sballottati da perdere la nozione del tempo e non sapersi più orientare. Così, quando videro profilarsi una grande isola tutta verde cosparsa  di scogli ed insenature create da preistoriche colate laviche e con un vulcano sbruffante fuoco, fumo e lapilli incandescenti ,ma  imbiancato di neve  sembrava bellissimo, in fondo si notavano dei greggi ben pasciuti,a questa vista fecero salti di gioia. Ma non sapevano di trovarsi in Sicilia, nella terra dei Ciclopi.

Nell’isola di Sicilia, nei dintorni del vulcano Etna, vivevano sette fratelli ed erano tutti giganteschi e terribili. Di quattro si sapeva il nome: Bronte, Sterope, Arge e  Polifemo che era Il primogenito e il più mostruoso. Erano figli di Poseidone e appartenevano alla razza dei ciclopi, in particolare  avevano un unico grande occhio in mezzo alla fronte.

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Le sirene sono delle figure mitologico-religiose greche: il mito le vede nascere dal dio Acheloo, figlio di Oceano, capace di trasformarsi in esseri fantastici e terribili, o da Forco, divinità marina, e da una delle nove Muse, Melpomene, da cui le sirene avrebbero ereditato la capacità di intonare canti melodiosi e ammaliatori. Da qui, le note disavventure del povero Ulisse, di ritorno verso Itaca, che sappiamo essersi smarrito nelle acque del Mediterraneo, proseguendo verso ovest, fino ad arrivare tra Scilla e Cariddi, nello Stretto di Messina, e transitando nei pressi di un’isoletta proprio qui nello Stretto, dove pare abitassero le Sirene. 

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Con Penelope chiudiamo la parentesi dedicata a Ulisse e ai canti dell’Odissea. Penelope è una figura della mitologia greca, figlia di Icario e di Policaste, madre di Telemaco e di altri due figli. Discendeva da parte di padre dal grande eroe Perseo (ricorderete il famoso detto: sei Perseo? Trentaseooo). Ed era anche cugina di Elena di Troia, dalla quale ricorderete anche essersi scatenata la prima guerra mondiale della storia dell’umanità. Penelope attese per vent’anni il ritorno di Ulisse, partito per la guerra di Troia, crescendo da sola il piccolo Telemaco ed evitando di scegliere uno tra i proci, nobili pretendenti alla sua mano, anche grazie al famoso stratagemma della tela: di giorno tesseva il sudario per Laerte, padre di Ulisse, mentre di notte lo disfaceva. 

Ma alla fine sappiamo come andò a finire: Ulisse tornò, uccise i proci e si ricongiunse con la meravigliosa moglie. Una storia simbolo, quella di Penelope, dell’amore duraturo e vero e della fedeltà coniugale femminile. 

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Il pentathlon era una gara sportiva articolata su cinque prove e praticata sin dall’antichità in Grecia. Le discipline presenti erano: corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto, lancio del disco, lotta. Entrò nel programma delle Olimpiadi nel 708 a.C. e lo spartano Lampis ne fu il primo campione, in seguito, il celebre Atleta di Taranto, vincitore di quattro sulle cinque discipline previste dal pentathlon.

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Ci rifacciamo ad Eracle e alle sue fatiche, ma in fondo, in maniera alternativa, il nostro sarà un richiamare una delle discipline del pentathlon: la lotta. Chi non ricorda le celebri dodici fatiche di Eracle, poi Ercole, in cui il mitologico personaggio si scontrerebbe con personaggi ed animali pericolosissimi per espiare il fatto di essersi reso colpevole della morte della sua famiglia? Dall’Arcadia, la storica regione dell’antica Grecia, corrispondente al Peloponneso centrale, nelle quali pare si fossero avvicendate tutte o quasi le dodici dure fatiche, alle coste dello Ionio. Il nostro gioco sarà una fatica collettiva, che si rifà alla nona di quelle mitologiche di Eracle: impossessarsi della cintura di Ippolita, Regina delle Amazzoni

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Ultima tra le dieci prove previste in ogni tappa, la Corsa dell’Atleta è il terzo gioco destinato a riproporre ancora questa figura “epica” del grande sportivo tarantino. La corsa era una delle cinque discipline previste dal pentathlon: la corsa, il salto in lungo, il lancio del giavellotto, il lancio del disco e la lotta. Entrò nel programma delle Olimpiadi nel 708 a.C. e lo spartano Lampis ne fu il primo campione, in seguito ci fu l’Atleta di Taranto.

 

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